Lockdown
Era entrato solo a novembre nel nuovo appartamento. Una casa popolare a sud di Parigi, all’interno del Peripherique. Quarantotto metri quadri più terrazzo, il tutto per una persona sola. In Italia sarebbe stato un appartamento per una famiglia con bambino, ma evidentemente la Francia è differente. Ma, insomma, comunque fosse, l’appartamento era ancora da riempire. Aveva avuto il tempo di metterci un letto a due piazze Ikea e una libreria ancora vuota di libri su cui aveva cominciato ad appoggiare vestiti e mutande. In cucina c’era un frigo nuovo, il lavello che aveva trovato al momento di entrare nell’appartamento e un forno a microonde appoggiato su due cavalletti e due assi da cantiere che sostituivano il piano di lavoro. Poi c’era un tavolo e delle sedie che gli aveva dato Eider che aveva cambiato appartamento nello stesso momento.
Poi era arrivata la prima metà di un divano letto, pensato per gli ospiti, proprio il giorno in cui il Presidente francese annunciava il confinement, il lockdown francese. Che bravi i francesi, avevano trovato per un evento imprevedibile una parola francese, mentre gli amici in Italia si erano adattati alla scelta giornalistica. In quella casa vuota e silenziosa, mentre era steso sul letto a guardare il soffitto pensava a questo. E pensava a quanto improvvisamente fosse diventato inutile quel divano. Certo, negli anni precedenti le richieste di essere ospitati a Parigi erano state molte, tutte rifiutate per la situazione di precarietà abitativa (oltre alla situazione di nero) che impediva di ospitare. Gli appartamenti a Parigi, oltre ad essere cari, sono piccoli e spesso poco salubri. Non si possono fare venire amici e parenti in posti simili. Ora però che la situazione lo permetteva, si stava attrezzando e con quello che era rimasto dell’ultimo stipendio aveva ordinato la prima metà del divano componibile. Ma ora?
Ora cambiava tutto. Quel divano diventava un segno di una cesura. C’era un prima e un dopo. E tutto quello che c’era stato prima, perdeva di significato nella nuova situazione. Non solo il divano, tante altre cose cambiavano davanti a una pandemia che rendeva caduche le vite di tante persone. Già, chissà quante. Si sapeva ancora poco, ma la paura era tanta. Chi colpisce? Quanto uccide? Chi non rivedremo?
A Parigi i primi segni si vedevano già a Gennaio, quando quella cosa, che la si chiami confinement o lockdown, era impensabile. Il quartiere cinese di Parigi, dall’altro lato del viale vicino a casa sua, aveva chiuso improvvisamente. Nessun ordine della prefettura o della autorità sanitarie. Semplicemente tutti i negozi e i ristoranti del quartiere si erano chiusi autonomamente all’arrivo delle notizie dalla madrepatria. Un po’ come se tutti seguissero le raccomandazioni del posto di origine più che quelle del paese di residenza. Quando poi si era allargata all’Italia la cosa è cambiata. Lui e un paio di colleghe erano stati messi a casa, in quarantena preventiva, sulla base esclusiva dell’origine. Forse un po’ discriminatorio, ma un paio di settimane di quarantena a casa, senza lavorare e pagati dall’azienda non erano male. Poi però i taxi avevano cominciato a rifiutarlo: arrivavano, verificavano che era italiano e ripartivano senza caricarlo. Una volta un taxi lo caricò, ma tenendo il finestrino aperto per tutto il tragitto, in Febbraio a Parigi. Ora erano tutti sullo stesso piano, tutti a casa.
Si alzò e si avvicinò alla finestra. Cominciò a guardare i palazzi di fronte, ad osservarli. Sono anch’essi case popolari. Non era mai stato abituato ad avere palazzi di fronte, era una novità. Li guardava e li studiava, osservava le differenze tra una finestra e l’altra, tra un palazzo e l’altro. In basso c’era un giardinetto, con dei giochi per i bambini e i lavori per sistemarlo lasciati a metà. I materiali giacevano lì, solitari, abbandonati. Guardava quelle finestre e si domandava se qualche mese dopo sarebbero state uguali. Sotto quel tetto bombato, chi ci sarà? E ci sarà ancora qualcuno tra uno o due mesi? O finirà nel conto quotidiano dei morti? Sembrava quasi che quei muri, quegli alberi, quel giardino fossero impregnati da un sentimento di solitudine e di precarietà, come se restituissero quella tragicità del momento che lui percepiva. Sentiva quasi il vuoto tra di essi, la materialità di quei muri che sfuggiva quando era preso dalla vita quotidiana.
Per chi era italiano come lui, la situazione era meno angosciante. L’Italia era più avanti: colpita per prima in Europa, aveva preso le misure prima degli altri. Aveva osservato quello che facevano i suoi amici in Italia e aveva capito che sarebbe arrivato anche qui. Aveva fatto anche l’esperto con i colleghi, quando questi facevano battute pensando che il tutto si fermasse al Monte Bianco. Nelle ultime settimane si era seduto in fondo all’ufficio, insieme a un’altra collega italiana. Lontano da tutti, solo loro due. Un autoisolamento dalle battute dei colleghi ma anche dai comportamenti incoscienti di questi ultimi. E lì avevano avuto la possibilità di parlare della situazione in Italia. Non si conoscevano molto, lei era arrivata da poco ed era una delle tante precarie che passava periodicamente dall’ufficio. In poco tempo si erano conosciuti meglio e si raccontavano le cronache sulla situazione a casa. Lei si chiamava Ornella, era siciliana, giovanissima ed era preoccupata per sua mamma che lavorava in un ospedale. Era strano, ma in quella situazione gli dispiaceva per lei, che non avrebbe potuto vivere la stagione delle uscite e delle serate tra colleghi che avevano caratterizzato gli anni precedenti.
Come i cinesi, aveva avuto il vantaggio delle informazioni da casa e della consapevolezza che presto tutto sarebbe arrivato anche a Parigi. Contava sul patriottismo dei francesi e sul loro senso dello stato, ma i supermercati saccheggiati in Finlandia, un paese in cui era stato e di cui conosceva la mansuetudine, non promettevano bene. Difatti quando era andato a fare la spesa nel supermercato vicino a casa aveva trovato la parte dei prodotti italiani quasi completamente vuota, mentre nel resto del supermercato era tutto normale. Non era l’unico ad avere avuto quel pensiero. Si era riempito di cose in scatola e a lunga scadenza, finché erano disponibili, perché non si sapeva quanto sarebbe durata e se ci sarebbe stata scarsità di generi alimentari.
Ora si trovava in quella casa vuota e nuova, con questa libreria vuota, riempita di mutande e jeans a fianco di scatolette di tonno, fagioli, piselli, olio, pan carré e farina. Il resto era tutto incerto. Poche settimane dopo sarebbe dovuto andare a Milano a parlare degli scioperi in Francia. Poi in Finlandia per una conferenza sulla riduzione dell’orario di lavoro. Ora chissà, forse saltava tutto. Anzi, certamente.
Ormai era buio e la luce dei lampioni amplificava la solitudine e l’incertezza del momento. Si immaginava solo, dentro quell’appartamento a sud di Parigi, una briciola all’interno dell’Europa, tutta spaventata e timorosa di questa situazione sconosciuta. Percepiva quanto era insignificante e piccolo. Un contrasto forte con come ci si era sentiti tutti fino a quel momento: unici, indispensabili per il mondo, della massima importanza. Quando era piccolo, alle medie e alle superiori, aveva passato le estati da solo, riempiendo le sere di quei film estivi catastrofisti e a basso costo che le emittenti trasmettevano quando c’era poco pubblico e non valeva la pena pagare per i film migliori. In quel momento sentiva di essere dentro uno di quei B movie americani a basso costo, in cui spunta un vulcano in piena città, o la città affonda sotto un formicaio enorme o ci sono inondazioni bibliche. In fondo quei momenti da solo in estate non erano stati inutili: lui li aveva visti tutti quei film e sapeva come ci si doveva comportare. Sapeva che all’inizio del film il protagonista era l’unico a sapere cosa stava succedendo e a prendere le misure preventive che gli permetteranno di uscirne vivo. In fondo era un po’ protagonista di quei film. Certo sarebbe stato meglio essere Brad Pitt a fianco di una biondona in un blockbuster, ma ci si accontenta. Il tutto aveva un po’ l’aria di un esperimento sociale: tenersi lontani, sopravvivere a un’emergenza globale, proteggersi, aiutarsi. “Vedremo come andrà”, pensò.
Quello di cui era sicuro era che nulla sarebbe stato più come prima. Sospirò e disse “prendiamo un po’ di Pepsi”. Sentiva che aveva bisogno di un po’ di energia ed aveva preso l’abitudine a parlare da solo da quando viveva da solo. Prese un bicchiere, uno dei due che aveva. Versò la Pepsi e andò in terrazza. Poco dopo ci sarebbe stata la videochiamata con gli amici di Bologna. La prima, non l’avevano mai fatta. Che strano, una così buona idea e non ci avevano mai pensato. Voleva guardare meglio il giardinetto in basso, vedere se c’era qualcuno in giro, respirare un po’ d’aria. Aprì la finestra e uscì. Tutte le finestre erano illuminate nella sera parigina. Poteva vedere le persone che come lui guardavano fuori, forse alla ricerca di una conferma, di una rassicurazione, o anche solo di rispecchiarsi nell’ansia del vicino. Alle finestre di fronte c’erano alcune anziane signore di colore, intente a cucinare; sul terrazzone a fianco un paio di ragazzi giovani. Mentre il grattacielo subito a fianco sembrava un albero di natale, in cui ogni finestra illuminata era una lucina. Si percepivano mamme con il bimbo in braccio che guardavano fuori dalla finestra; o i bimbi più grandi con la testa appoggiata al balcone; uomini che fumavano. Alcuni sembrano cercare qualcosa, guardavano anche loro le finestre di fronte in cerca di conferme. Alzò il bicchiere di Pepsi per salutarne uno, ma in controluce non fu visto.
Poi, come d’improvviso si sentì un rumore che piano piano cresceva. Veniva dai palazzi a Nord del giardinetto. Anzi, no. Veniva da dietro quei palazzi. E piano piano saliva, diventava più forte, più fragoroso. Tutte le finestre si aprirono, le persone del grattacielo uscirono sui balconi e cominciarono tutti ad applaudire. Il brusio divenne fragore. Come quando arriva la ola allo stadio. Appoggiò il bicchiere di Pepsi e cominciò ad applaudire più forte che poteva. Sbatteva le mani fortissimo per fare più rumore possibile. Voleva urlare, un urlo liberatorio, ma gli rimase in gola. Guardava le finestre di fronte, quasi a invitarle a fare altrettanto. Tutti i palazzi intorno al giardinetto applaudivano, applaudiva il grattacielo, applaudiva anche la signora anziana del primo piano del palazzo a fianco al suo che non aveva mai visto. Si salutarono. Applaudì più forte che poteva quasi per rompere quella solitudine e quell’angoscia. Applaudiva e si sentiva meno solo. Sentiva tutti quei vicini sconosciuti “vicini”, come amici che si ritrovano. Si sentiva come se si stessero abbracciando tutti insieme, come se fossero tutti vicini vicini, come per proteggersi ed uscirne tutti assieme.
Questo però nei B movie estivi non c’era.

Commenti
Posta un commento